Università italiane verso la rivalutazione?

24 07 2008


di Luca Barbieri Viale
L’Università italiana nel suo insieme, dagli studenti ai docenti, ha detto e ripetuto che non intende sottrarsi a un severo processo di valutazione che porti alla valorizzazione del merito. Segnalo il recente appello “Salviamo l’Università! Un appello per la sopravvivenza e il rinnovamento dell’Università italiana attraverso la Valutazione” alla pagina http://universita.selfip.org/La differenziazione dei finanziamenti ministeriali, in base al merito degli atenei, sarebbe il passo decisivo nell’attuazione di quel processo di autonomia e selezione (ridimensionamento dell’offerta didattica, riduzione delle sedi, etc.) che aspettiamo da anni. Inclusa, finalmente, la libertà di differenziare le tasse e gli stipendi. Questo permetterebbe di razionalizzare il nostro sistema e incentiverebbe la competizione tra gli atenei: pochi ma buoni! potrebbe essere lo slogan da adottare …

Se la manovra proposta dall’attuale governo è di tagliare indiscriminatamente si va esattamente nellla direzione opposta. Il decreto Tremonti prospetta di tagliare indiscriminatamente l’organico, riducendo le nuove assunzioni di giovani, e di tagliare indiscriminatamente gli stipendi, anche a chi sta lavorando bene e rappresenta l’eccellenza in ambito internazionale; inoltre, introduce lo strumento della fondazione privata come mezzo per attivare una selezione naturale: chi riesce a finanziarsi sopravvive!

Ma non è affatto sorprendente, se ci pensiamo bene, questa è una naturale conseguenza dei vari precedenti fallimenti in materia (sia del centro-destra che del centro-sinistra) Inoltre, la linea di governo è coerente con il pensiero liberale che rappresenta la maggioranza degli italiani.

Il messaggio che il governo intende dare ? Chi riesce a finanziarsi, ha amicizie che contano, anche se non ha nessun merito, ha il diritto di sopravvivere e chi, anche se bravissimo, in Italia, continuerà ad esser sottovalutato o neanche considerato ? No! Il ministro Maria Stella Gelmini, ha spiegato le cinque grandi missioni del nuovo tavolo di consultazione permanente: garantire la qualità del reclutamento dei docenti, realizzare un sistema efficace e trasparente di valutazione, premiare le Università che ottengono risultati migliori in termini di qualità della ricerca e della didattica, prevedere un fondo per incentivare i docenti meritevoli, incoraggiare l’internazionalizzazione del sistema universitario.

Repetita iuvant! ma son solo parole che anche il precedente governo Prodi ha pronunciato e non mancavano in nessun programma di governo! Che fare ? L’unica risposta che possiamo cercare è in Europa! La dichiarazione di Lisbona, ad esempio: lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore fisserà le condizioni e il quadro normativo all’interno del quale anche l’Italia dovrà restare assumendo sempre che intenda rimanere in Europa.





Meritocrazia: le solite dichiarazioni di facciata?

16 06 2008

In questi ultimi giorni, sta tornando centrale nel dibattito politico nazionale il tema della meritocrazia e del talento. Iniziamo innanzitutto col dire che la società italiana ha un serio ed evidente gap da colmare su questo fronte. Premiare la meritocrazia e il talento significa aumentare la mobilità sociale, attualmente al palo, significa aprire le porte a chi per esempio è nato da genitori operai, non condannando il soggetto a fare la stessa sacrificata vita di coloro che lo hanno messo al mondo.

Significa anche maggiore efficienza e parità di diritti tra pubblico e privato.

Onestamente, le prime prese di posizione del Ministro dell’Innovazione Brunetta su questo tema non mi sono dispiaciute. Tuttavia l’esperienza insegna che non bastano le buone intenzioni, sono tantissimi gli ostacoli da superare, oltre ad un modello culturale che non si può pensare di cambiare soltanto a colpi di legge, come dimostrano le diverse riforme succedutesi negli anni precedenti (come ad esempio l’introduzione della licenziabilità dei dipendenti pubblici) che nella realtà sono rimaste inapplicate.

Qualche giorno fa leggendo l’intervista di Brunetta al Corriere sono un pò trasecolato: il senso della dichiarazione che ha fatto circa l’introduzione di un’aspettativa non retribuita per coloro che dal pubblico vorrebbero passare al privato o diventare autonomi, chiudendone il contratto se l’approdo va a buon fine, mi è sembrata più un’idea tesa al dimagrimento della Pubblica Amministrazione che ad una valorizzazione dei talenti che vi lavorano. E’ infatti assolutamente evidente che accetterebbero di lasciare il posto pubblico, coloro che credono veramente nelle loro capacità e si sentono frustrati perché non riescono a valorizzarle, a metterle in atto…Figuriamoci se i fannulloni penserebbero minimamente a mettere su un’impresa o a lavorare in un’azienda privata!
E’ per questo che ritengo che alle mere dichiarazioni debbano seguire atti concreti e corrispondenti e determinazione nelle loro applicazioni.





“MADIA” INTERROGA “GELMINI”

3 06 2008

Aumentare le borse dei dottorandi. Interrogazione a Gelmini .

I dottorandi e i dottori di ricerca sono una risorsa vitale per il paese, rappresentano il futuro della ricerca scientifica, l’innovazione, la competenza”, ma “da otto anni la borsa di dottorato e’ ferma, in Italia, a circa 800 euro.

Una somma insufficiente per le esigenze minime di un giovane ricercatore, soprattutto in una fase di aumento del costo della vita”. Lo sottolinea Maria Anna Madia, deputata del Pd e componente della commissione Lavoro che, su questo tema, ha presentato una interrogazione al ministro dell’Universita’ Mariastella Gelmini, per sapere se il governo intenda mantenere l’impegno assunto con la precedente Finanziaria e disporre il necessario decreto che aumenta gli importi minimi.

“Con la Finanziaria 2008 il Parlamento, per la meritoria iniziativa bipartisan del senatore Valditara, ha votato l’aumento dell’assegno di dottorato a 1000 euro- ricorda, infatti, Madia- Chiedo un preciso impegno del governo a mantenere l’aumento in misura permanente. Si tratta di un primo importante passo per lo sviluppo della societa’ della conoscenza e del suo capitale umano, che va nella direzione del merito e dello sviluppo economico del paese”.

   

 





BORSE DI DOTTORATO E RICERCA

23 05 2008

BORSE DI DOTTORATO E RICERCA

Ecco il contributo che ho lasciato sul blog dell’On. Marianna Madia, all’interno di una discussione incentrata sui temi del Sapere e del Talento generazionale, dal quale è nato un suo interessamento al lavoro dell’ADI (Associazione Dottorati Italiani) riguardante l’aumento (in numero e valore) delle Borse di Studio dei Dottorati italiani.

Spero che questo momento sia l’avvio di un interesse congiunto al tema, più generale e fondamentale, della necessità di avvio di percorsi di “valutazione della ricerca” e dei suoi finanziamenti, a partire dai Dottorati, e della costruzione di solide “partnerships Università-Impresa-Territorio”, che sono, come insegnavano già 10 anni fa a Napoli i Professori Nicolais e Corti, la conditio-sine-qua-non per l’avvio di percorsi virtuosi di crescita per l’economia e le società moderne, e quindi dell’Italia.

Speriamo che altri gruppi e persone, che conoscono l’importanza di tali temi, si uniranno a questo importante lavoro di normalizzazione e modernizzazione del Sapere e della Ricerca, che è, a mio modesto avviso, strettamente connesso al Tema del Merito e del Talento.

Chissà che non si cominci ad innovare davvero nel nostro Paese: io sento che, adesso, ce ne sono le possibilità!

- Ecco il mio commento:

Contento di leggere un altro interessante dibattito su questo Blog.

Lasciami però dire una cosa: ma perchè Tu, Marianna, la Meloni, la Mosca, e i tanti giovani parlamentari preparati di cui il Parlamento inizia, pian piano, a riempirsi, non vi occupate dello scandalo SIMBOLO del nostro Paese, sul tema della ricerca, conoscenza, innovazione..

Parlo della perenne lotta, senza successo (con una brutta figura, a mio avviso, fatta dallo scorso governo Prodi e il suo Ministro Mussi), svolta dalla Associazione Dottorati Italiani, per l’innalzamento della Borsa di Studio,la copertura di tutti i posti di dottorato con Borsa, e altre.

Voi direte, ma questo invece di parlare dell’argomento in maniera complessa, parla della borsa di studio del dottorato:

il fatto è che in quella Borsa di Studio (e nei modi in cui molto spesso essa viene gestita e attribuita dalle Università), e nei contributi per la Ricerca, in genere, a mio avviso risiede TUTTO il complicato e negativo rapporto che il nostro Paese ha con il mondo del “Sapere, Innovazione, Merito, Talento..”

Per questo chiedo: perchè, Marianna, non vi iniziate ad occupare di questo scandalo tutto italiano??

Sono molto d’accordo sull’approccio “Bottom Up e Caotico” alla risoluzione dei problemi come quello generazionale, ma riguardo al vasto problema del SAPERE e del MERITO, io credo esso si possa approcciare solo attraverso la Leva di alcuni Parametri di Rottura di tipo politico: incentivi economici, investimenti privati, long-life learning, etc.

Questa è la mia opinione a riguardo.

Massimo

- Ed ecco la risposta della Madia:

…. Soltanto un’informazione per Massimo Preziuso e l’ADI: uno dei miei primissimi atti di “sindacato ispettivo” sarà chiedere conto al governo del sinora mancato aumento delle borse di dottorato, votato con la finanziaria 2008. Attendo di conoscere gli importi della borsa di maggio per inviare l’interrogazione.





Scintille di innovazione da San Francisco

9 05 2008
Posto con piacere questo articolo di Jane Jacobs, che trovo di un interesse particolare, soprattutto nella parte in cui si parla di Maker Faire, e della necessità di trasportare l’esperienza americana in Italia.

 Buona Lettura. Massimo

Scintille di innovazione da San Francisco

 L’innovazione e l’improvvisazione sono le scintille che provocano la crescita tecnologica ed economica delle citta’. Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in economie cittadine vibranti che si sviluppano in maniera armoniosa, spesso riescono a sviluppare nuove idee che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano motori di sviluppo economico.

Questo e’ accaduto nel caso di Taiwan negli anni ’60 e nel caso del Nord Est Italiano negli anni ’70. Questo accade ancora oggi nelle dinamiche economie delle citta’ che si affacciano sull’Oceano Pacifico.

Raramente alcuna crescita economica e stata sviluppata da contributi pubblici rivolti a pioggia al mondo della ricerca. In Unione Sovietica, si sono sviluppate straordinarie competenze nel campo della ricerca nucleare, ma tale ricerca e’ andata a rivolgersi  per lo piu’ alla produzione bellica e non si e’ evoluta da essa.

Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti, esse si ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande multinazionale.

Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi male, ma che l’innovazione e l’improvvisazione colgono il loro apice quando sono in parte dettati da necesssita’ produttive contingenti e portate avanti da persone che sanno applicare idee a pratica.

Come fare ad instillare qualche seme di genialita’ applicata? Come spingere le persone ad interessarsi di tecnologia e a “sporcarsi” almeno un po’ le mani attraverso il processo di innovazione e produzione?

San Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E’ il caso di Steve Jobs e di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage, e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google mentre erano ancora a scuola.

A San Francisco si e’ trovata una risposta alla domanda di nuove inventzioni con una fiera chiamata Maker Faire, dove si pagano $25 per partecipare ad un evento di creativita’ di gruppo dove si gioca con micro-chip e transistors per creare nuovi strumenti elettronici. Alcuni di questi strumenti sono poco piu’ che giocattoli, ma altri potrebbero diventare i telefoni cellulari, i PC o i robot del futuro. Il festival è un raduno di “secchioni”, ma in più ha il gusto del “fai da te”, l’aggiunta di scienziati casalinghi, di pensatori, di artisti e di artigiani. Quest’anno i loro progetti elettronici includono robot sputa-fuoco, computers indossabili, stampanti tridimensionali e torte motorizzate (anche se non mi è ben chiaro cosa siano).

 Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani costruendo i propri circuiti elettrici, creare nuovi articoli tecnologici e lanciare i loro razzi. Questo è il terzo anno della Maker Faire. Lo scorso anno vi parteciparono più di 40,000 persone e più di 20,000 persone hanno partecipato ad un simile evento in Texas.

L’idea di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare quasi superflua. Ma questo è il sale dell’innovazione, almeno secondo il parere di Tim O’Reilly, fondatore di O’Reilly Media, una società editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O’Reilly è un guru della tecnologia ed e’ stato l’inventore del termine Web 2.0 che cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di informazioni e nella collaborazione tra Internauti.

I computers, i chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non sono mai stati così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets ad alta tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono essere smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia macchina fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un aquilone per fare fotografie dall’alto, oppure, se l’aquilone si collega ad un navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo’ creare un aquilone automatico, che voli senza il controllo dell’uomo.

Inoltre, Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi inventori. Essi si fanno portatori dell’ideologia dell’ “open source”, dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente espandendo in altri campi.

Un tipico progetto della fiera è quello di Addie Wagenknecht. Addie ha progettato un tavolo con speciali sensori che funziona come un computer. Questo nuovo tavolo ha simili caratteristiche al nuovo dispositivo di Microsoft chiamato Surface. Ma mentre il dispositivo di Microsoft costa $10,000, il tavolo elettronico progettato da Wagenknecht si puo’ costruire per soli $500 . Secondo Wagenknecht il suo tavolo ha molte più funzionalità di Surface. Dal momento che sia l’hardware che il software sono in open source, ognuno puo’ effettuare piccole modifiche per svolere nuove funzioni.

Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell’innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività. 

Anche se il Maker Faire e’ un evento piu’ diverente che utile, esso permette di instillare il seme dell’innovazione e dell’improvvisazion, che portano crescita e succeso economico; se l’improvvisazione funziona, il motivo del suo successo non e’ teorico, ma pratico. 

 Credo che una Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni genere avrebbe un notevole successo anche nelle citta’ Italiane.





L’ostinazione della Banca centrale europea

2 05 2008

Tutti i principali Istituti di ricerca internazionali escono ultimamente rivedendo al ribasso le loro previsioni di crescita dell’economia globale per il 2008, a pochi mesi dalle loro stime.

Il Fondo monetario internazionale ha ritoccato ad aprile le proprie previsioni sul 2008 fatte a gennaio, limandole addirittura di 5 decimi di punto: ad inizio anno, la stima di crescita dell’economia internazionale era fissata al +4,2%, ad aprile è scesa al +3,7% per l’anno in corso.

Guardando alla crescita delle economie avanzate, e alla misura con la quale nel giro di pochi mesi è stata tagliata la stima, ci sembra di poter dire che esiste davvero il rischio di ricadere in una profonda crisi economica. Al momento, l’FMI stima una crescita per gli Usa non superiore allo 0,5-0,6% per il biennio 2008-2009; crescita che tuttavia è ancora tutta da verificare e che, alla luce degli scenari che si stanno profilando, potrebbe subire ulteriori ritocchi all’ingiù nei prossimi mesi. Analogo discorso per l’Area Euro, dove l’Italia sarà il fanalino di coda con una crescita prevista dello 0,3% nei prossimi due anni.

Inoltre, è di qualche giorno fa la notizia che, sempre l’FMI prevede che l’emorragia è ancora in là da terminare, annunciando che le Istituzioni finanziarie internazionali potrebbero riportare ulteriori perdite per 43 miliardi di dollari, pari insomma ad una manovra finanziaria tra le più alte che il nostro Paese abbia mai fatto.

L’inflazione nell’area dell’euro dovrebbe attestarsi nel 2008 al +2,8%, in crescita di 7 decimi di punto sul 2007, ma tuttavia sempre inferiore a quella statunitense.

Qual è il comportamento delle 2 Banche centrali in un quadro del genere? Mentre la Federal Reserve continua nel progressivo abbassamento dei tassi di interesse, al fine di ridare fiato all’economia americana ed evitare di mettere in ginocchio ulteriormente i consumatori più poveri che hanno contratto mutui subprime, la Bce invece si ostina a dichiarare di avere il timore di un’ulteriore infiammata sui prezzi nel medio termine. Infiammata che naturalmente è quasi tutta importata!

Insomma, mentre l’una abbassa drasticamente i tassi pur in presenza di un rischio inflazione ancora più marcato di quello europeo, la Banca di Francoforte, invece, tiene costanti i tassi, poiché la sua bussola è solo l’inflazione, rischiando così di dare il colpo finale ad un’economia in evidente fase di stanca e, in modo particolare ai consumi, viste le sempre più evidenti difficoltà di molti consumatori che in questi anni hanno contratto un mutuo a tasso variabile a saldare la propria rata. Lo stesso Fondo monetario internazionale sembra caldeggiare una virata nella politica montetaria della BCE, sottolineando proprio in questi ultimi giorni come la Banca centrale europea abbia ora spazio per abbassare il livello dei tassi di interesse alla luce del deterioramento dell’outlook economico.

A fronte di ciò mi domando: ma se ne hanno potere come credo, non è davvero il momento che i Governi europei pensino ad una revisione della mission della BCE? Se fossi in Berlusconi, sarebbbe una delle prime azioni che cercherei di avanzare in ambito europeo, considerato - come noto - anche il gravante peso degli oneri passivi sul nostro debito pubblico.





Università e Ricerca in Italia

28 04 2008

L’Italia produce meno laureati in confronto ai nostri diretti competitori, e la produttività scientifica delle nostre università, nonostante alcune straordinarie eccellenze, e’ tra le peggiori in Europa , segno che sia la didattica che la ricerca sono ingolfate e inefficienti.

Periodicamente lo spazio pubblico e’ attraversato dallo scandalo dei concorsi truccati e da promesse da parte della classe politica di nuove iniezioni di fondi per la ricerca e di riforme delle procedure di selezione dei ricercatori.

In questa breve discussione cercherò di mostrare come sia possibile offrire nuove opportunità di sviluppo ai ricercatori italiani, ridurre la fuga dei cervelli all’estero e migliorare l’attrattivita’ scientifica del nostro paese senza alcun aggravio ulteriore per il bilancio dello stato, semplicemente modificando i criteri di allocazione delle risorse e usando strumenti gia’ operativi nel nostro paese.

continua…





Sono Online le 10 domande di IE al Partito Democratico

31 03 2008




Le donne, le protagoniste del nostro futuro

25 03 2008
Il nuovo millennio ha riportato al centro della scena, nelle dinamiche di sviluppo del mercato del lavoro nazionale ed europeo, la donna.

Oggi più che mai le politiche di welfare, a qualsiasi livello istituzionale, sono attente più che in passato alle componenti deboli, come i giovani, e appunto le donne, prevedendo una serie di provvedimenti di stimolo alle capacità imprenditoriali, di riduzione delle barriere all’entrata al lavoro autonomo, di sostegno dei diritti d’eguaglianza e di responsabilizzazione femminile, nella consapevolezza che soltanto un modello sociale efficace può frenare il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione, e creare ricadute positive per lo sviluppo economico futuro del territorio.

Certo, le disparità di genere ancora persistono, nonostante la crescita dei livelli di istruzione femminile, che in taluni segmenti della popolazione, hanno superato addirittura quelli maschili. Permangono ancora elevate difficoltà nella conciliazione tra tempi di lavoro e organizzaione familiare, malgrado strumenti legislativi più accoglienti di un tempo.

Ma rispetto agli anni addietro comunque qualche passo in avanti è stato fatto, vi è una maggiore consapevolezza che le donne, oggi, rappresentano la chiave di sviluppo del nostro Paese, che esse saranno le protagoniste essenziali del cambiamento.

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Il futuro dei nuovi manager (considerazioni sul merito da Rapporto Luiss 2008)

18 03 2008

Giovanni Stringa - Il Corriere della Sera - 18 Marzo

Piace (nella teoria), ma non convince (nella pratica). Il merito, per molti italiani, resta semplicemente un bel concetto, auspicabile ma poco seguito. E’ questa una delle fotografie del Bel Paese scattate dal Rapporto Luiss 2008 «Generare classe dirigente. Una sintonia positiva da ritrovare con il Paese», che sarà presentato domani a Roma.Per l’80% degli italiani, si legge nello studio, la meritocrazia è (o, vista la realtà poco incoraggiante, sarebbe) un principio giusto.
Ma il 40% è anche convinto che «ognuno può utilizzare legittimamente le relazioni di cui dispone per affermarsi».
Forse alcuni pensano al concetto di network anglosassone dove i docenti segnalano i migliori alunni e le università seguono gli studenti dopo la laurea. Ci sono però anche le classiche segnalazioni più relazionali che meritocratiche. Come dire: merito sì, ma le raccomandazioni sono ancor meglio.Una sorta di doppio gioco che diventa ancora più marcato quando il campione dell’indagine si riduce alle sole classi dirigenti: il 97% dice sì al merito, ma il 66,2% legittima senza problemi la classica pratica delle «spintarelle ». Tanto che alla fine quattro italiani su cinque, e l’85% della classe dirigente, ammettono che «nel concreto in Italia le relazioni e le raccomandazioni contano più del merito».

Se la meritocrazia continua a non sfondare, c’è tuttavia qualcosa che si muove nell’approccio degli italiani. All’insegna del mercato. Sì, proprio il mercato. E proprio nel Paese delle raccomandazioni, dei figli che succedono ai padri che sono succeduti ai nonni, e delle regole che, più che fare chiarezza, spesso buttano fumo negli occhi e frenano l’iniziativa privata. Per 63 italiani su 100, così ha rilevato l’indagine Luiss, «servirebbe aprire una stagione che privilegia il libero mercato e quindi anche il merito e la mobilità delle persone, che ne rappresentano la logica conseguenza».

Ma la posizione «liberomercatista» non si ferma qui. Una percentuale ancora più alta, il 72%, dice sostanzialmente che «l’Italia è un Paese da “slegare” da troppi vincoli burocratici che ne limitano un’efficace azione di governo». «Meno lacci e lacciuoli», insomma. Forse perché è proprio dove il mercato è più dinamico che il merito, come sottolinea il rapporto, ha più chance. Secondo gli italiani sono infatti le imprese, dalle piccole alle grandi, quelle che privilegiano di più il merito. In altre parole, chi vuole andare avanti solo con le proprie gambe ha più probabilità di crescita e di carriera nel mondo delle aziende. Molte di più di quanto succeda, invece, nella pubblica amministrazione, nella politica e nelle associazioni sindacali, che nel sondaggio si trovano in fondo alla lista dei settori meritocratici.

Tra l’altro, è proprio sul settore pubblico che si concentrano alcune delle proposte suggerite per dare più spazio alle capacità e meno alle raccomandazioni. Secondo la stragrande maggioranza degli italiani interpellati è necessario «premiare il merito nei concorsi pubblici (professioni e pubblica amministrazione) affidandoli a valutatori terzi per garantire trasparenza», e «licenziare» i funzionari statali «condannati in via definitiva, penalmente e amministrativamente».

Ne è convinto più del 90% del campione del sondaggio. Per realizzare l’indagine del Rapporto Luiss sono state raccolte le risposte di più di 2 mila famiglie, fra tutta la popolazione italiana, e sono state messe a punto 500 interviste circa per il campione della classe dirigente.

Ma, al di là del capitolo sul settore pubblico, nel privato è ancora una volta il mercato a essere più volte citato tra le proposte che raccolgono maggiori consensi. Per arrivare a una classe dirigente meno «figlia di papà» e più «self made», 75 italiani su cento chiedono più liberalizzazioni e più concorrenza, e 87 su cento auspicano meno tasse per le imprese virtuose (bilanci a posto, sistemi avanzati di sicurezza e qualità del lavoro, rispetto dell’ambiente). Non manca naturalmente, però, la questione dell’evasione: per l’85% un inasprimento dei controlli fiscali, evitando la concorrenza sleale tra imprese, è una condizione importante per favorire il merito «nell’interesse di tutto il Paese».

Non poteva poi mancare la politica. E qui, per la «casta», arrivano i «paletti»: 73 italiani su cento chiedono di «limitare a un massimo di due mandati l’eleggibilità dei politici (a tutti i livelli) per favorire il ricambio ». Un ricambio necessario, e non solo nella politica, se è vero che solo un italiano su quattro (27%) pensa che la classe dirigente del Paese sia responsabile, solo uno su tre (31,8%) la riconosce competente e addirittura poco più di uno su cinque (21,1%) la definisce innovativa. La situazione resta critica anche quando in gioco entrano i giovani e le loro prospettive: il 63,7% pensa di avere in futuro un lavoro e una posizione sociale inferiore a quella dei propri genitori.

Ma ci sono anche spiragli e situazioni positive. Il rapporto, infatti, parla di una «nuova classe dirigente » che sta formandosi in alcuni ambiti, anche se ristretti. Come associazioni sociali di volontariato e del terzo settore, o medie aziende vitali e attente allo sviluppo del territorio e del sociale. Sono questi i due «vivai » più promettenti secondo gli italiani. Mentre solo percentuali ridottissime, sotto il 5%, pensano che il ricambio possa arrivare dal mondo delle banche, dei sindacati, degli ordini professionali e delle scuole di formazione politica.

Quali sono le conclusioni del rapporto, preparato con la regia scientifica del rettore della Luiss Massimo Egidi e del direttore generale Pier Luigi Celli? L’idea di fondo del lavoro, su cui hanno lavorato Nadio Delai (Ermeneia), Carlo Carboni (Università Politecnica delle Marche), Massimo Bergami (Università di Bologna) e Raffaele De Mucci (Luiss), è quella di lanciare un «piano straordinario» che insista sul merito e sul ricambio. Non tanto, però, un piano che aggiunga regole su regole, burocrazia e confusione. Ma un progetto che abbia l’obiettivo di «slegare» il sistema nel suo complesso.